TOMMASO BROGINI
Via San Niccolò, 87/r 50100 Firenze

 

L'ultimo segreto di Leonardo

“Un panorama dietro il ritratto di una dama, non era scelto al posto di un altro esclusivamente per questioni stilistiche ma per esigenze dettate dalla scuola d’appartenenza dell’autore. Doveva esserci un regolamento che riuniva le norme in base alle quali Raffaello, Velasquez, Tiziano, Mantegna, Rembrandt e tanti altri giganti della pittura avevano “costruito” le loro opere. Poiché di questo si trattava: costruire un’opera.”

La disciplina nuova, si basa su ricerche fatte dall’architetto Prandelli, ed il proposito è senza dubbio rivoluzionario e nuovo. Si basa su delle tecniche usate segretamente in tutte le botteghe dell’arte alchemica, letteraria e figurativa,classica e rinascimentale, da Giotto al Tiepolo  un doppio rinvio, dalla parola all’azione, al segno grafico. E’ un gioco di rimandi dove tramite il “linguaggio profetico”, l’autore arrivava a definire le caratteristiche dell’opera.
Con il supporto di questa regola, non è difficile ritrovare un punto comune in ogni opera di ogni Maestro che usava il metodo, dal momento che tutti operavano in codice. E’ sufficiente capire l’idioma di partenza che suggerisce il via alla comunicazione figurata per trovare una corrispondenza in tutta l’opera a quest’inizio, alla cifra iniziale; è per questo che se pongo il dito su un qualsiasi punto di un’opera leonardesca, posso risalire alla genesi che ha portato alla suo concepimento, e così per ogni altro discepolo del Codice, che pur sempre con caratteristiche diverse, e con un suo incipit letterario, operava secondo le regole trasferendo la lingua alla figura.
Il Codice ci da, non solo un nuovo ordine di lettura della storia dell’arte, ma anche un nuovo modo di operare nella progettazione, sia questa indirizzata in ogni campo dell’inventiva, dalla progettazione architettonica,del design per affrontare le discipline figurative ed arrivare alla musica, alla fisica e la medicina.
Ed è proprio questo quello che  si intende fare con l’approfondimento offerto dai testi che nasceranno; dare la possibilità di entrare a capire questo metodo e, conoscendo la regola, la“maniera”, continuare l’opera del Maestro: come succedeva in ogni bottega rinascimentale.

I maestri operavano seguendo questo precetto: ogni dettaglio significativo dell’opera era congiunto agli altri secondo una regola precisa. Non “un’arte del caso”, ma un’arte costruita su delle regole universali. La maniera di lavorare partiva, come detto, dalla parola, e questa nasceva dall’incipit letterario LA CHUMWERSATTIONE, dalla quale si traducevano, anagrammando il vocabolo, altri termini che suggerivano la dinamica, l’evolversi della composizione.

“Nasconderò le mie ricerche, i miei studi, i miei progetti. Li celerò in modo che solo persone dotate di saggezza possano un giorno soprirli. Sarà il segreto più conservato”…la possibilità di riprendere il cammino, interrotto da troppo tempo,  è alla nostra portata e grazie alla Riscoperta possiamo ricreare ciò che i Maestri generavano, attraverso le ricerche, gli studi e i progetti.”

Incontrai Prandelli in un occasione totalmente avulsa dal contesto dell’arte; mi descrissero il personaggio, dicendomi che era un grande studioso di Leonardo, e automaticamente il mio pensiero andò a Michelangiolo, alla sfida tra i due nel Salone dei cinquecento. Essendo io un Amante del Buonarroti, mi avvicinai a lui come se la sfida dovesse iniziare da un momento all’altro. Con le prime parole scambiate, mi ridimensionai subito, e capii la potenzialità di ciò che mi stava illustrando.
Cominciò a disegnare con una matita colorata, di colore blu, e di una marca a me tanto cara per la bellezza del segno unito alla consistenza della mina; fece dei segni velocissimi uniti a parole preziose, che erano parlate e scritte. Parole poco chiare, che suscitavano in me una duplice sensazione; inizialmente percepivo una percezione di unione, unione con ciò che sentivo mi apparteneva e che avevo studiato da solo disegnandolo e nello specifico, disegnano Michelangiolo, e dall’altra, una confusione data dai tanti imput che Giancarlo mi trasmetteva. La cosa che mi lasciava stupito era una sensazione di pace, rilassante, simile alla sensazione ricevuta studiando il maestro di Caprese, forse dovuta al fatto di aver trovato finalmente la Persona che poteva farmi evolvere da un cammino iniziato che aveva bisogno di nuovi stimoli e nuove comprensioni. Il suo “racconto” delle opere era unito da un filo conduttore che erano le parole; tutte le opere dei  grandi, mi disse, sono state progettate con una logica che scaturiva da un vocabolario fatto da diciotto lettere, le quali combinate insieme e opportunamente combinate e anagrammate, formavano tutta la serie di vocaboli che erano tradotti in figura e rappresentate all’interno dell’opera. Insieme alle definizioni, la sua mano compiva quel miracolo chiamato disegno, che solo nelle mani sapienti di chi ha disegnato per più di quarant’anni, si può compiere.

Mi fece vari esempi, citandomi da Leonardo, a Caravaggio, senza tralasciare artisti “minori”. Incuriosito e volendo conoscere la Verità sul mio più grande Maestro, gli chiesi di Michelangiolo, citandogli il Tondo Doni; le sue parole furono illuminanti e di chiarificazione, ma solo in parte. Occorreva studiarle e ricercarne la verità, ed è quello che mi sono imposto di fare, trovando una fitta rete di contatti tra tanti artisti del passato.


Dama con l'ermellino
Cecilia Gallerani

La descrizione di un quadro di Leonardo deve essere fatta analizzando l’immagine partendo dall’incipit letterario che ha portato alla sua realizzazione e insieme comprendere che la genesi di tutti i particolari interni all’opera sono collegati da una catena di vocaboli.
Inizierò la descrizione della Gallerani in maniera più approssimativa, facendo capire i collegamenti tra le parole legate all’immagini.
Leonardo scrive “colpa dell’amore mal collegato”, in relazione alla progettazione del quadro suddetto; partendo da questa frase possiamo afferrare tanti particolari. La Dama è legata da un a serie di lacci, nastri, corde; avendo l’immagine davanti, possiamo renderci conto che Leonardo ha congiunto il cognome Gallerani con i grani della collana che la dama porta al collo, inoltre la stessa collana la tiene imprigionata; imprigionata, dall’amante  Ludovico il Moro; Moro-nero è un’altra connessione letteraria con il colore predominante del nero che sta dietro la figura della donna; come detto Cecilia era imprigionata in una galera (galera-Gallerani) da Ludovico che regala alla donna l’ermellino (ermellini-Gallerani), il quale, dalle braccia di Cecilia tende una zampa, in unione con la mano della donna, e apre il vestiario scoprendo l’intimo, le nudità dell’amante. A ben guardare, notiamo che nel vestito sono riprodotti dei ricami che simulano il disegno di chiavi, che sono quelle che occorrono al Moro per aprire la galera e andare a fare ciò che Leonardo ha visto come “amore mal collegato”.
Questa spiegazione molto superficiale potrebbe essere fatta scientificamente seguendo il percorso delle parole connesse l’una all’altra, offerte dalla metodologia del codice P’ e unendole al disegno, oppure alla rappresentazione dell’opera stessa, ci danno l’idea chiara di ciò che i Maestri ci hanno passato.

Come detto la Disciplina la possiamo riscontrare in ognuno dei grandi maestri della pittura, della scultura e dell’architettura. Paragonando due esempi rinascimentali, prenderò in esame Botticelli nella Nascita di Venere degli Uffizi a Firenze, Caravaggio nel Bacco sempre agli Uffizi.
La partenza per la creazione figurativa, iniziava dalla letteratura, come detto. L’incipit di partenza poteva essere LA CHUMWERSATTIONE, che era il paradigma per esteso, fatto di diciotto lettere ma, poteva essere anche contratto e formato dal paradigma minimale: “UNIWERTXALE”.

Architetto Prandelli


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