Amici & Maestri
Il mio primo e ineguagliabile Maestro è e rimarrà sempre Michelagiolo.La mia passione per lui è iniziata dalla sua architettura, e in particolare nella Biblioteca Laurenziana, quando per la prima volta nel 1996, per motivi di studio, la vidi.
Fu una magia, nel trovarmi immerso in quell’ambiente sentì una serenità e una pace mai provate prima in un complesso architettonico. La mia “attrazione” per la Biblioteca, in particolare per il Ricetto (la zona di accesso alla sala di lettura), fu anomala tutte le volte che mi trovavo in quello spazio, mi scoprivo rapito ad osservare, a contemplare, a godere della bellezza.
Nello studiare approfonditamente l’Opera, in particolare per la mia tesi in architettura, (omaggio a Michelangiolo), ho potuto afferrare il perché dell’accaduto; inverosimilmente carica di sincopi, di nessi interni intrecciati, di musicalità aspre, di ritmi martellati, di allusioni ermetiche, la Laureziana ricorda il procedere stentato e duro dei sonetti michelangioleschi; La rinuncia a quelle qualità di equilibrio e di grazia, mitizzate dalla cultura del suo tempo, ha come contropartita la possibilità di esprimersi con nuovi parametri, con nuove possibilità; è con queste misure che si attua un atteggiamento antidogmatico; così una cornice può ridursi ad uno spessore inferiore a quello di una base, i vari partiti plastici possono accostarsi l’uno all’altro senza più interruzioni, le colonne possono incatenarsi in una nicchia, porsi come rivelazione della fibra interna muscolare delle strutture, immergersi a mediare luce e ombra dove la forma sembra essere evidente, esplicita ma rimane allo stato embrionale, non del tutto compreso ed afferrato.
Tutto, nelle pareti del ricetto, suggerisce un limite indefinito e sfuggente, una sensazione interna difficilmente gestibile e calcolabile, quasi un limite non-finito.
E’ l’alternarsi di soluzioni opposte la vera essenza della Laurenziana; la trama architettonica esplode nelle drammatiche deformazioni del ricetto, culmina nel gusto plastico della scala, si placa nel ritmo distensivo della sala di lettura e doveva concludersi in un elaboratissimo ambiente a pianta triangolare, riservato ai manoscritti e ai libri preziosi, che non fu eseguito. Così come nelle due soluzioni d’angolo di ricetto e sala; diversamente dal ricetto, la soluzione angolare della sala di lettura è semplicissima, Alla violenta frattura si sostituisce qui un effetto di continuità, interrotto nell’intercolunnio più largo del portale colonnato e, incongruamente, a metà della lunga sequenza laterale, dal timido portale aggiunto nell’ ottocento.
Nel ricetto la visione della soluzione d’ angolo dal sotto in su facilita la percezione di continuità della maglia ortogonale dell’ ordine; il moltiplicarsi delle direttrici di penetrazione del fluido spaziale, nello stesso punto da cui si può vedere il nodo delle volute ortogonali, costrette, nell’ incasso angolare, a compenetrarsi e ad intersecarsi, rimanendo avvinghiate l’ una all’ altra.
E’ evidente nella soluzione d’angolo del ricetto la capacità di Michelangiolo di sottrarsi alle lusinghe della definizione formale classicista, quasi arrivando a negare la funzione statica vera e propria della colonna, inserendola in una nicchia, in un contesto contraddittorio. E’ chiarissima l’idea di voler annullare nella parete d’ambito il senso di limite geometrico, di involucro definito dello spazio, caro alla tradizione architettonica fiorentina.
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